Cominciamo con l'arretramento dei soggetti pubblici dalle autostrade

Il massiccio ingresso di capitali privati nelle società autostradali può rappresentare, finalmente, il tramonto per l’ingombrante presenza di Comuni, Province e Regioni nella gestione di servizi di natura industriale. Le tanto invocate dismissioni infatti hanno a che fare con proprietà immobiliari ma, soprattutto in Italia, con partecipazione di capitali pubblici a servizi a valenza economica. La dismissione e vendita delle società di servizi è un processo che va ora preteso e incoraggiato. Non desidero qui discutere l’opportunità di dismettere il patrimonio pubblico in questa fase economica, qualcuno di certo griderà alla svendita, mentre altri ricorderanno la necessità per gli enti di fare cassa e salvare i propri bilanci. Non è solo questo il punto, da ricercare al contrario, in una sorta di “igiene pubblica”.

La politica e i suoi rappresentanti hanno trasformato le società di scopo in luoghi di occupazione del potere, abbassando la qualità dei servizi per i quali il nostro paese e la nostra regione, scontano un ritardo notevole nei confronti dei partner europei. Negli ultimi decenni sono aumentate l’opacità e la vischiosità delle gestioni, evidenziati dagli ultimi casi di corruzione nel Veneto; la concorrenza è stata completamente assente, tanto è vero che le concessioni autostradali sono state rinnovate senza alcuna procedura di gara; i costi di gestione sono lievitati, insieme con i pedaggi, senza che la comunità ricevesse in cambio alcun beneficio tangibile. Appena ci spostiamo in Germania, Slovenia, Austria e Svizzera le autostrade sono migliori delle nostre e assoggettate al massimo a una vignette che costa per un anno intero come il prezzo di percorrenza di 100 chilometri sulla rete italiana. Inefficienza, opacità maggiore esposizione alla corruzione sono i costi diretti e indiretti, che i cittadini hanno pagato e continuano a pagare per l’impropria intermediazione politica che in Italia permea ogni settore.

Dobbiamo pretendere, oggi, l’arretramento dei soggetti pubblici dalle autostrade. Ma anche dalle società di gestione dei rifiuti, dei trasporti e dell’energia, cioè i grandi asset da cui dipende il tenore di vita di milioni di cittadini. Dobbiamo farlo, inoltre, con la determinazione necessaria per non trasferire ai privati le attuali posizioni di rendita. Non è sufficiente, infatti, che la politica abbandoni questi ambiti che non gli sono propri. E’ necessario che la politica e gli enti pubblici recuperino a pieno i propri ruoli di programmazione, regolazione e controllo. Se la politica gestisce come fa a controllare? La buona politica rimane distante dalla gestione dei servizi, mentre la politica intrallazzona, opaca e clientelare genera quelle distorsioni e posizioni di rendita, anche nel privato, che rappresentano un freno allo sviluppo e alla concorrenza. La partecipazione pubblica uccide l’unica competizione vera per la qualità, il mercato. Per restare nel settore delle autostrade, la dismissione delle quote societarie da parte degli enti pubblici, renderebbe gli stessi liberi nell’affidare la gestione della rete al soggetto con il progetto industriale più coerente con gli obiettivi di programmazione.

Il mercato ha necessità di un regolatore autorevole pubblico e un controllore autorevole, sempre pubblico. Ruoli impossibili quando il settore pubblico è invischiato nella gestione. In tal caso non abbiamo mercato, programmazione, né controllo.

Tags: autostrade | controllo | dismissioni | gestione dei servizi | mercato | politica

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