Le Province, costose o no, non servono. E non incrementano il tasso di rappresentanza; l’Italia non è più democratica con le Province e non è meno democratica senza.

Ieri sera, in qualità di rappresentante del movimento Verso Nord, mi sono recato alla riunione "salva-Province" indetta da Leonardo Muraro (presidente Upi Veneto) per ripetere ancora una volta: senza Province avremmo un’Italia migliore!

Nell’ultimo periodo ho sentito affermare da più parti che gli sprechi veri sono altri (il benaltrismo è uno sport molto in voga di questi tempi). Ho sentito dire che le spese delle Province sono irrisorie rispetto a quelle di altri organi istituzionali, ma c’è da dire che anche le funzioni e le competenze sono piuttosto irrisorie.

L’Upi, per esporre la sua versione dei fatti, ha decisamente piegato ai propri fini i dati in possesso, senza approfondirne il contenuto. Il presidente Muraro stesso ha snocciolato cifre di tutti i tipi, citando documenti redatti da prestigiose università che, se letti con attenzione, confermano in ogni passaggio che le Province sono organi inefficienti e frutto di un sistema istituzionale che necessita urgentemente di una radicale riforma fatta soprattutto di tagli. Lo studio della Bocconi, per altro promosso dall’Upi stessa, dimostra come la dimensione ottimale delle Province, affinché abbiano una giusta razionalità economica, dovrebbe comprendere un bacino di almeno 350.000 abitanti, dato che la spesa media per abitante è inversamente proporzionale alla dimensione demografica, che è a sua volta direttamente proporzionale con l’autonomia finanziaria delle stesse. Salta subito agli occhi il dato che ci mostra come sulle 110 Province italiane, ben 50 (quasi la metà) sono sotto questa soglia, con le punte negative di Isernia (88.649) e Ogliastra (57.965), e quindi non sono economicamente “sostenibili”.

Mentre l’Upi si affretta a rilanciare le sue posizioni asserendo che le Province corrispondono “solo” all’1,35% della spesa pubblica del Paese, vorrei rettificare che oltre ai costi politici in sé (compensi di amministratori, assessori e gettoni-presenza dei consiglieri), che sono relativamente bassi, c’è una buona fetta di spese relative all’amministrazione e al controllo. Secondo uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, considerando il totale delle variabili in gioco, il risparmio derivante dall’eliminazione delle Province arriverebbe a 1,9 mld di euro annui.
Inutile dunque collegare i problemi dell’Italia ai valori presentati dagli amministratori provinciali che, per salvaguardare la loro posizione, si danno al più classico “scarica barile”. I veri risparmi non stanno certo nel costo del gettone, ma riguardano tagli a livello strutturale.
È assolutamente indispensabile comprenderlo. Per questo voglio soffermarmi su due punti.

È importante ricordare che su scala provinciale, in tutta Italia, si organizzano gli Enti periferici dello Stato (prefetture, questure, agenzie delle entrate, camere di commercio, inps, scuole…), che costituiscono una articolazione abnorme, intricatissima e fuori da ogni razionalità economica. Tutti questi sotto-livelli amministrativi derivano da una “innovazione” napoleonica… ma ora è il momento di cambiare! Il nocciolo della questione, come vi ho già dimostrato, non è tanto la riduzione dei costi della politica, ma la maggiore efficienza di uno Stato in cui i livelli di governo sono dispersi in mille rivoli.
L’eliminazione delle Province toccherebbe dunque anche gli Enti periferici, portandoli su scala regionale, oppure su scala sub-regionale solo per gli Enti realmente utili alla gestione di un servizio necessario in maniera capillare. Ad esempio, è giusto che i commissariati di polizia stiano dove servono, ma di prefetture e di questure ne basta solo una per Regione!

E poi c’è la questione delle competenze. Le competenze delle Province ora riguardano per lo più la gestione territoriale (dunque le strade) e l’edilizia scolastica. Ma se le strade sono a tutti gli effetti già delegate a livello regionale (così in Veneto), per le scuole è utile una riorganizzazione che sposti le funzioni ad altri livelli di governo. Per esempio, credo che sia assolutamente più corretta una gestione fatta per poli scolastici organizzati su bacini intercomunali (es: castellano, trevigiano, etc.).
Anche le nuove competenze delle Direzioni provinciali del lavoro possono essere gestite meglio con semplici uffici decentrati.
Certo, rimane sempre la caccia… ed è proprio un “gran” problema... se avessimo bisogno, qui in Veneto, di oltre quattromila dipendenti pubblici per gestire i circa 50.000 cacciatori… bè, allora c’è veramente qualche problema che dobbiamo affrettarci a risolvere!

Noi di Verso Nord ci siamo sempre battuti per lo snellimento dell’apparato amministrativo statale (“Meno stato, uno Stato migliore”), e quindi anche per l’abolizione delle Province. Abbiamo presentato in consiglio regionale una mozione che chiede alla Regione di affrettare i tempi per “mettersi in pari” con il decreto Monti sulla riforma delle Province e stiamo lavorando a un progetto di legge che ridefinisca radicalmente le competenze tra Regioni e Comuni, che riduca drasticamente il numero e la dimensione minima dei Comuni stessi e che conduca ad un generale taglio di tutti gli organi che determinano la spesa pubblica improduttiva e l’inefficienza amministrativa del Paese.

In conclusione, non mi resta che ricordare che quando una società chiede le riforme, i conservatori si scandalizzano, quando un governo comincia a farle, i conservatori fanno opposizione.

Tags: abolizione | enti periferici | province | riforma | tagli | Verso Nord

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