05 Dicembre 2011
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Ripropongo l'articolo che ho pubbicato su La Crepa, il nuovo magazine online di Verso Nord.
In Italia la pressione fiscale sui produttori di ricchezza ha raggiunto livelli stratosferici tanto da porla al 167° posto (su 183 Paesi misurati) della classifica 2011 redatta da PWC (www.pwc.com).
Repubblica Democratica del Congo (183), Gambia (182), Unione delle Comore (180), Argentina (177), Repubblica di Palau (170), questi sono, a titolo di esempio, i pochi Paesi che riescono a far peggio si noi.
L’indice di misurazione si chiama TTR (Total Tax Rate); è un indicatore che misura l’incidenza delle tasse e dei contributi sociali sul profitto commerciale. Si tratta, insomma, della pressione fiscale che grava sui produttori di ricchezza, cioè le aziende e le partite Iva, che in Italia si attesta al 68,6%, percentuale ampiamente superiore a tutti i nostri concorrenti commerciali.
La Germania è al 48,2% (128° posto), il Regno Unito al 37,3% (76° posto), la Francia con il 65,8% è il Paese europeo che viene subito dopo di noi, al 163° posto.
Non c’è, insomma, nessun altro paese moderno ed industrializzato che abbia un mix di tasse dirette ed indirette ed oneri contributivi e previdenziali sull’impresa elevato come le nostre. E’ chiaro che ciò influenza direttamente e negativamente la competitività e quindi il tasso di crescita economica.
Secondo le stime OCSE, inoltre, nel 2012 l’Italia sarà in recessione, attestandosi la crescita del Pil ad un meno 0,5%.
Questi numeri dicono, più di ogni altra considerazione sul tasso di equità e/o di rigore della manovra del governo Monti, della sua gravissima insufficienza.
Niente di nuovo sotto il sole: senza un poderoso taglio della spesa pubblica improduttiva ed un corrispondente alleggerimento del carico fiscale e contributivo sui produttori l’Italia non tornerà a crescere ed imboccherà la strada del declino.
Ma i dati ci consentono qualche ulteriore considerazione.
La classifica di PWC ci mostra infatti altri due indicatori molto interessanti: la facilità nel pagare le tasse (calcolata sul numero di tasse e su modalità e frequenza con cui ne viene chiesto il pagamento) e il tempo necessario per pagare le imposte (l’indicatore misura il tempo necessario ore/anno per preparare, archiviare e pagare le tasse). L’Italia è rispettivamente al 128° e al 123° posto in questa speciale classifica. Peggio di noi in Europa c’è solo la Romania. Viene spontaneo pensare quanto il fardello della macchina amministrativa e burocratica abbia un peso decisivo nel contribuire alla crescita deficitaria del nostro Paese.
Anche su questo fronte è lecito attendersi interventi radicali di semplificazione che, al momento, non sono neanche annunciati.
Pur rifiutando ogni eccessiva semplificazione del tipo - tasse = + crescita, possiamo sicuramente trarre qualche spunto interessante per riflettere sulla situazione italiana.
L’Italia è un paese vecchio, lento, pesante, fermo da troppi anni. Come scritto nel blog di Linkiesta “Non c’è crescita senza…”, negli anni ‘50 l'Italia cresceva a ritmi cinesi, negli anni ‘70 a ritmi tedeschi e negli ultimi vent'anni senza ritmo. Per tutti questi motivi siamo in recessione. Un’inversione di rotta è possibile se abbassiamo le tasse per le imprese e i lavoratori, se snelliamo la macchina amministrativa con tagli radicali alla spesa pubblica improduttiva, se l’obiettivo primario di ogni riforma diventa, prima di tutto, permettere al Paese di tornare a crescere.





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