23 Giugno 2011
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Articolo pubblicato su Finanza & Lambrusco il 23 giugno 2011
I nodi prima o poi vengono sempre al pettine. Ci sono i richiami del Fondo Monetario Internazionale sull’Italia che è a rischio di default, come Grecia e Portogallo. Si parla di una manovra da 40 miliardi di euro per ridurre il deficit. C’è bisogno, dunque, di cambiare passo. Il rigore fiscale esposto da Tremonti è certamente necessario, ma, se è vero che dobbiamo tutti stringere la cinghia, è anche vero che i costi della macchina politica ed amministrativa continuano ad essere scandalosi.
E allora che fare?
Sotto le pressioni dell’asse Pdl-Lega, Tremonti ha presentato la nuova riforma fiscale. In breve: 3 aliquote (20%, 30%, 40%) e 5 imposte (Ire, Ires, Iva, Irap, Imu), volte ad “accorpare, concentrare e semplificare” per ottenere, a parità di gettito, un fisco più semplice ed equo. L’asse è così accontentato, ma Tremonti in primis avverte: “Non si può fare la riforma in deficit”.
Ma come finanziare la riforma? Il ministro propone, è quasi scontato dirlo, di abbattere il sistema delle deduzioni e delle agevolazioni e di lanciare un’ennesima crociata all’evasione fiscale.
La verità è che ogni discussione sulla riforma fiscale oggi gira a vuoto, poiché essa non è possibile a causa della situazione del debito pubblico. La realtà dei fatti ci dice che il vero rimosso di ogni tentativo di riforma è la riduzione della spesa pubblica improduttiva. Lega e Pdl parlano di rilanciare l’azione di governo, ma di fatto bloccano ogni autentica riforma.
Il problema non è legato tanto al fisco o alla sua evasione. L’Italia è al 3° posto, dopo Svezia e Danimarca, tra gli Stati europei con il più alto livello di pressione fiscale, ma il confronto con questi paesi ci mette impietosamente di fronte allo spreco dei nostri soldi pubblici e alle minori performance della nostra pubblica amministrazione. Già nei primi mesi del 2011 il gettito fiscale è aumentato, ma, di pari passo, è aumentato anche il debito pubblico. L’Italia appare dunque come una gigantesca impresa improduttiva. Basti pensare che la terza voce di spesa complessiva dopo la previdenza e le integrazioni salariali, e a pari merito con la sanità, è quella dell’amministrazione generale con 103 miliardi di euro complessivi (dati del 2008, fonte Open Spending).
Come fa notare Sergio Rizzo sulle pagine del Corriere della Sera, dal ’99 al 2008 i “rimborsi elettorali” ai partiti sono aumentati del 1.100%. La classe politica italiana costa complessivamente molto di più della media UE. Giusto per fare un po’ di numeri: l’aumento procapite (per ogni esponente del Governo) di utilizzo dei “voli blu” è del 154,2% nel biennio 2007-2009; il budget per pagare gli “staff” politici di palazzo Chigi è aumentato del 26% nel 2010; le spese correnti di Camera e Senato sono salite rispettivamente del 2,3% e del 3,6% nell’ultimo anno. Gli sprechi della politca si fanno inimmaginabili anche uscendo dalla capitale. Se in Lombardia un dipendente regionale costa 21 euro a ogni cittadino, in Campania il costo sale a 70 euro, 173 euro in Molise e ben 353 euro in Sicilia. Non ultimo il problema delle Regioni a statuto speciale: le 15 Regioni a statuto ordinario spendono per il personale regionale 2 miliardi e 313 milioni di euro l’anno, mentre la sola Sicilia deve affrontare una spesa di un miliardo e 782 milioni (di poco tempo fa, tra l’altro, la notizia che la Giunta regionale siciliana ha concesso le auto blu anche ai messi comunali).
L’ultimo dossier della Confartigianato sul peso della burocrazia rivela che iniziare e completare una pratica via Web (per capirci, senza fare una fila o consegnare una carta), è possibile soltanto in 541 Comuni su quasi 8100, cioè il 6,7% del totale. Sono 818 i Comuni privi di computer per la gestione del personale e 49 che ancora fanno la contabilità a mano. E sono addirittura 1191 i Comuni che gestiscono il patrimonio senza nessuna informatizzazione. Scartoffie, pile di pratiche, grattacieli di carta invadono gli uffici come se il mondo fosse rimasto a 20 anni fa, come se la rivoluzione digitale non avesse trasformato lo stesso modo di concepire la raccolta e la diffusione dati. Le nostre strade telematiche sono lente, occupiamo il settantesimo posto nella speciale classifica mondiale: più veloce di noi c’è anche la Giamaica. La spesa di questa montagna di carta, sempe secondo Confartigianato, è di circa 23 miliardi.
Questa è l’Italia che non vogliamo e che non possiamo più permetterci.
La riduzione della spesa pubblica deve diventare l’impegno prioritario di qualunque azione di governo. I campi dove intervenire per ridurre gli sprechi sono molteplici, a partire dalla razionalizzazione delle istituzioni locali. Dobbiamo, con coraggio, renderci conto che non possiamo difendere tutto, soptrattutto ciò che palesemente si sovrappone nelle competenze e nelle funzioni. I tagli produrrebbero un contenimento dei costi diretti (elettorali e politici) e soprattutto di quelli indiretti per (funzionari, collaboratori, segretari). È necessario anche agire sui consigli di amministrazione degli enti locali e sulle società miste legate ai Comuni, alle Province e alle Regioni.
Dobbiamo abbandonare la vecchia retorica della lotta all’evasione fiscale, perché non è grazie all’aumento del gettito pubblico che si possono diminuire le tasse, ma solo dall’abbattimento della spesa pubblica. È da qui che bisogna partire per attuare qualsiasi riforma necessaria alla crescita, allo sviluppo e al rafforzamento della coesione sociale del nostro paese.




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